Monsignor Gino Zampieri e Marco Bonato, rispettivamente direttore e vice di Caritas Diocesana Veronese, si presentano ai media dopo i primi due mesi del loro servizio. Ecco di seguito le due interviste uscite su Verona Fedele del 4 giugno.

Da Pasqua a Pentecoste: i primi 50 giorni di mons. Gino Zampieri alla direzione di Caritas diocesana veronese non sono stati facili. Nominato nel nuovo incarico in piena emergenza Covid-19, l’ex economo della diocesi scaligera ha dovuto far fronte ad una serie di emergenze che non gli hanno permesso di iniziare il suo operato con calma e in punta piedi. Le nuove povertà, l’aumento delle richieste d’aiuto, il dialogo con le istituzioni, la gestione delle strutture legate alla grave marginalità, la programmazione per un futuro post-Coronavirus: sono solo alcuni temi che mons. Zampieri e i suoi collaboratori hanno dovuto affrontare in questo periodo di emergenza. A distanza di due mesi dalla sua nomina, abbiamo incontrato il neodirettore di Caritas e fatto il punto sulla situazione a Verona.

«Diciamo che non sono stati mesi tranquilli. E sono solo i primi due! Due mesi sulla barchetta della Caritas veronese non sono niente in confronto alla testimonianza di Carità di una Chiesa che naviga ormai da 17 secoli e che appartiene ad una Storia che conta quasi due millenni. Eppure, pur essendo stati solo due mesi, sono stati un periodo assai intenso: ricco di impegno, di concretezza e di umanità».

Dopo 12 anni come economo della diocesi, ora è diventato vicario episcopale per la carità e la salute. All’apparenza un passaggio non troppo radicale, in quanto lei ricopriva già un importante incarico diocesano. Eppure, quello che poteva sembrare un inizio in discesa è stato rivoluzionato dalla pandemia…

«Si è trattato di un periodo tempestoso, collocato tra un “blocco” e una “ripartenza”. Mesi che al sottoscritto - l’ultimo arrivato insieme all’altrettanto nuovo vicedirettore Marco Bonato - chiedevano soprattutto l’umiltà di affiancarsi a chi già c’era per lasciar dispiegare l’azione di solidarietà, di dedizione e di generosità che era già stata ben avviata da coloro che ci avevano preceduto e che stava proseguendo, in quel momento, grazie a coloro che responsabilmente la conducevano».

Cosa le ha insegnato questo inizio?

«L’apparente sfortuna, con annessa ragionevole preoccupazione, di subentrare in un momento così difficile, si è pian piano trasformata nella gratitudine verso il Signore per essere capitati in un periodo così “particolare”. Un tempo in cui si è potuto vedere e toccare una Chiesa all’opera, con carità cristiana, nel rispondere con efficacia all’emergere di paure, di solitudini e di fragilità attraverso la voce, il volto e le braccia di tante persone affidabili, tenaci, decise e serie nell’impegno, eppure accoglienti e sorridenti.

Penso proprio che il nostro Vescovo possa essere fiero di come la sua Caritas si sia fatta trovare pronta in questa emergenza».

E la comunità cristiana come ha reagito dopo questo lockdown?

«Se la Caritas si è fatta trovare pronta di fronte all’emergenza è anche merito delle comunità. Penso che possano andare fieri della reazione avuta anche molti sacerdoti e molte persone che fanno parte di numerose comunità parrocchiali e realtà istituzionali pubbliche civili, sanitarie e sociali, che hanno sostenuto e compartecipato a tale sforzo. Uno sforzo che, per Caritas Italiana e quindi anche per noi, sulla scia dell’invito di Papa Francesco, aveva un fine semplice e chiaro: fare tutto il possibile per non lasciare indietro nessuno».

Ora lo sguardo è rivolto al presente, ma soprattutto al futuro…

«Il “corso accelerato di solidarietà” che tutti siamo stati obbligati a frequentare in questi ultimi mesi ci sollecita adesso ad organizzarci per non essere nuovamente sorpresi dall’emergenza. Soprattutto se si può prevedere, e quindi, non dovrebbe diventare tale! Lo “scossone” subito, peraltro, ci ha rivelato anche alcune fragilità sulle quali ci stiamo già interrogando e confrontando, da cristiani, per vedere quali strade imboccare per riprendere, migliorare e continuare assieme il cammino».

Cosa ci attende adesso?

«Ci stiamo chiedendo quali saranno i nuovi scenari e come possiamo organizzarci e coordinarci affinché le risorse disponibili - e quelle che la Provvidenza vorrà inviarci - possano essere utilizzate e valorizzate con intelligenza ed efficacia. Questo nuovo tempo che ci sta davanti ci chiede di individuare e sviluppare, il prima possibile, le risposte più adeguate ed opportune a queste domande. E siamo fortemente convinti che le migliori risposte potremo trovarle solo se sapremo costruirle assieme con tutti coloro che, a vario titolo e responsabilità, civile o sociale, per professione o per volontariato, sono e vogliono impegnarsi nel complesso e ricco mondo del servizio della solidarietà verso tutti».

Il primo obiettivo che si dà come nuovo direttore?

«A noi in quanto Caritas interesserà sempre che non resti indietro nessuno».

 

Bonato, vicedirettore Caritas: «Due le direttrici di Caritas: famiglie e grave marginalità»

Proseguendo con la metafora della Chiesa come la barca di Pietro, bisogna dire che salire durante la tempesta è decisamente stravolgente. Ma quando ti accorgi che i tuoi compagni di viaggio sono preparati, soprattutto nelle avversità, ti senti subito rasserenato e, con umiltà, cerchi di prendere in fretta il ritmo per remare tutti assieme ed essere così efficaci nel comune operare.

In queste prime settimane di Caritas la riflessione sul “domani” è stata continua affinchè, come ha ricordato Papa Francesco nell’omelia di Pentecoste, non ci chiudiamo in noi stessi ma, anzi, ci liberiamo dalla paralisi di paura che viene dall’egoismo e lo Spirito accenda in noi il desiderio di servire. Dobbiamo quindi essere docili allo Spirito, come lo furono gli Apostoli, superare la “carestia della speranza” nella quale molti fratelli sono immersi, uscire con coraggio nel servizio verso questo mondo “post-pandemia”.

Per questo, come Caritas diocesana, abbiamo ritenuto necessario proseguire nella promozione di uno “spirito di carità” nelle Comunità Parrocchiali e nelle Unità Pastorali, individuando due direttrici principali sulle quali focalizzare l’azione: le famiglie e la grave marginalità.

L’attuale crisi, infatti, ha reso sempre più evidente l’importanza della famiglia, il suo ruolo fondante non solo del nostro essere comunità cristiana, ma anche del nostro vivere civile. E dalle difficoltà delle famiglie crescono quelle forme di disagio che possono sfociare nella marginalità delle persone.

Il sollecitare una rete di relazione tra le famiglie delle nostre Comunità potrà aiutare ad affrontare le eventuali difficoltà, nel rispetto della dignità di ciascuno, perché, come profeticamente annunciava Papa Francesco nell’incontro con Caritas Internationalis dello scorso anno, Carità non è prestazione, ma l’abbraccio di Dio con gli uomini, soprattutto gli ultimi ed i sofferenti.