Verona Fedele della settimana scorsa racconta la storia vera raccontata da un operatore del Samaritano.

Racconto in prima persona di un operatore del Samaritano, la casa di accoglienza di Caritas diocesana veronese, che, tra gli altri, ospita oggi circa 120 richiedenti protezione internazionale provenienti da Africa e Asia.  Il racconto si riferisce ad un episodio realmente accaduto al Samaritano alcuni mesi fa, prima del lockdown.

Sono arrivati ieri mattina in Italia. L’altro ieri li hanno pescati in alto mare. Erano sull’ennesimo barcone della speranza, in arrivo sulle coste italiane. Sono arrivati ieri sera a Verona e stamattina li ho qui davanti a me.

Sono in sette. Sette uomini dai 18 ai 30/35 anni, almeno a vedersi. Ma io non sono mai riuscito a dare un’età agli africani. Se pensi che ne abbiano 16, scopri che ne hanno 25. E se credi che abbiano 40 anni, alla fine scopri che ne hanno sempre 25. Quindi anche in questo caso mi sono detto che avranno avuto 25 anni anche loro.

L’altro ieri erano su un barcone. Onde, mare, grida, buio, morte. Oggi sono davanti a me. Chissà cosa pensano. Chissà cosa sta frullando nella loro testa adesso. Già è difficile pensare cosa sta frullando in questo istante nella mia, figurarsi nella loro… e il primo entra in ufficio. Oggi tocca a me registrarli nel nostro sistema informatico e ciò mi preoccupa un pochino, perché le lingue africane sono moltissime, non tutti parlano inglese e io di francese non so un’acca.

Il primo ragazzo mi guarda, mentre sto pensando a un miliardo di cose. E riesco con gioia ad esternare un “ciao, accomodati”. Il ciao, ok, ci può stare. L’avranno sentito almeno una volta nelle loro prime trenta ore in Italia. Ma l’accomodati… ma che verbo è? È già difficile dirlo ad un italiano, figurarsi ad un africano appena sbarcato. Ok, prima brutta figura fatta. Rimedio subito con il mio inglese scolastico e vedo che il ragazzo si siede. Sono felice, perché se si è seduto davanti a me, significa che parla inglese. Vuol dire che la prima registrazione filerà liscia e senza intoppi. E il buon S. (non dirò il nome per correttezza), 26 anni (lo dicevo io che ne aveva circa 25), del Togo, collabora a meraviglia.

Faccio tutte le domande del caso: nome completo, età, nazionalità, stato civile. Inserisco i dati burocratici che interessano a noi, come ad esempio “documento: nessuno” e il mio fantastico programma si riempie in ogni suo campo con velocità. Se non che, ad un certo punto mi fermo e mi accorgo di una cosa: ho scritto Togo. Il Togo mi ricorda la lingua francese e non l’inglese che sto parlando con S. Vuoi vedere che…?

Prossimo campo da riempire. Lingue parlate? Risposta: “Otto!”. Davanti a me ho un ragazzo che sa otto lingue? Vabbè dai: inglese e francese ci stanno. E poi? Ah, ok. Tutti dialetti togolesi. Non sarà poi così difficile un dialetto togolese. Poi ci pensi e dici: vai tu da un palermitano e digli di imparare perfettamente il bergamasco e poi vediamo quanto è facile. Ma non è tutto: dopo l’elenco delle lingue, il nostro ragazzo mi dice: “dimenticavo l’arabo! L’ottava è l’arabo”. Che non credo sia la lingua più semplice del mondo, tra l’altro ha addirittura un altro vocabolario. Pensando alla mia cultura linguistica, mi sono fatto piccolo piccolo e ho chiesto a S. se poteva restare in ufficio con me per aiutarmi a tradurre con gli altri sei.

Sono entrati uno alla volta. Tutti sui 25 anni (e quanti sennò?). Tutti di lingua francese. Solo dopo il terzo mi sono accorto di una caratteristica comune ad ognuno di loro: indossano tutti una tuta da ginnastica e un paio di ciabatte sopra i calzini. D’altronde non hanno altro. Sono sbarcati l’altro ieri senza nulla, li hanno vestiti così e li hanno messi su un pullman in Sicilia e sono arrivati a Verona ieri sera. Hanno dormito e adesso eccoli davanti a me. I miei colleghi, finché io li registro, preparano vestiti, indumenti di vario genere, documenti, scartoffie e chiacchierano con ciascuno di loro. Benvenuti in Italia, ragazzi!

Ogni tanto mi fermo in silenzio davanti allo schermo. E non faccio altro che pensare alla fortuna che ho avuto oggi pescando per primo nel gruppo, il super poliglotta del Togo. Ma anche a quanto è importante essere qui oggi. Si ride, si scherza. E io capisco un decimo di quello che si dicono.

Li ho registrati tutti. Ora è tempo di caricarli sul pulmino e riportarli nel centro di accoglienza della Caritas a loro destinato. Hanno sacchi e borsoni di indumenti. E sono sorridenti. Sono felici di essere in macchina con uno che conoscono e che spiega loro ciò che passando si vede dal finestrino. S. è seduto davanti con me e ad un tratto mi guarda con gli occhi brillanti e mi dice: “Thank you Samaritano. Italy is beautiful”.