Sono i primi mesi del 2007. La Casa Il Samaritano, della Caritas di Verona, ha da poco iniziato la sua opera di accoglienza per persone senza dimora in un ex capannone nella periferia della città.

Tra gli ospiti c’è un buon numero di stranieri, alcuni di passaggio in cerca di lavoro, altri in situazioni diverse, ma una domanda comune inizia ad emergere qua e là, in modo sempre più chiaro, e si esprime in una richiesta: “Vorrei imparare l’italiano”.

A domanda chiara, ecco la risposta. La direzione chiama Suor Raffaella, religiosa canossiana con una lunga esperienza di insegnamento in Italia e all’estero, e le affida il compito di rispondere a questo bisogno, come lei riterrà opportuno. E così lei comincia. Prima da sola, poi con l’aiuto dei volontari della Casa che si rendono disponibili per questo. Nasce così, a piccoli passi, la “Scuola di Italiano il Samaritano”.

Ad un incontro con gli insegnanti, è lei ad esprimere la mission di questa nuova avventura, parte di quella della casa che la ospita. E’ chiaro a tutti, quanto sia importante imparare a capire e ad esprimersi in un mondo del tutto nuovo, sconosciuto, con codici di comportamento a volte indecifrabili. Ma  “La scuola non è soltanto il luogo in cui si impara la lingua, che pure è necessaria per comunicare ed inserirsi nella società. E’ molto di più: è il primo momento che incarna l’Accoglienza che siamo chiamati a realizzare. Non diamo loro solo le parole, ma anche ciò di cui più hanno bisogno: sentirsi accolti, valorizzati per ciò che sono. Sentire che in questo mondo possono trovare il loro posto. Che anche se è difficile ce la possono fare. Ne hanno bisogno come il pane, come ne avremmo anche noi se ci trovassimo nella loro situazione”.

Inizia con un piccolo gruppo e trova dimora nella sala comune della Casa, poi nel centro diurno, e man mano che gli studenti aumentano si aggiungono altri insegnanti. Tutti e sempre volontari. La scuola è già a tutti gli effetti uno dei servizi della Casa, parte integrante della sua mission, e da allora non ha mai smesso di esserlo.

Con il 2011 ed il precipitare della situazione in Libia, il Samaritano inizia l’avventura dell’accoglienza ai richiedenti asilo, che già vivevano nella casa in numeri esigui, mentre ora arrivano in tanti. E la scuola cresce. In quel periodo, chi passava nel cortile del Samaritano il pomeriggio verso le 15,30 si ritrova intorno uno sciame di biciclette in arrivo… e poi quaderni, zaini e, orgogliosamente mostrato, il libro, scritto appositamente da suor Raffaella per loro, componendo il materiale didattico creato in una vita di insegnamento.

Arriviamo quindi ad oggi. In undici anni la scuola, dopo diverse migrazioni dovute all’aumento degli studenti, tra cui l’ex scuola delle suore Orsoline in Via Muro Padri, adesso è al primo piano della storica Villa Francescatti, a due passi dal centro di Verona, ma anche del quartiere di Veronetta (cuore multietnico della città). Inoltre in questi anni ha instaurato una forte collaborazione esterna con i CPIA di tutta la provincia di Verona, per gli ospiti del Samaritano che non risiedono più in struttura ma in soluzioni abitative esterne.

Suor Raffaella è ancora presente, e ogni mattina dalle 9 alle 12 è in classe. Come il primo giorno. Con lei, instancabile, tutto il gruppo degli insegnanti dimostra ogni giorno una disponibilità, una passione e una fedeltà che lasciano senza parole. E, a sentir loro, è più quello che imparano dai loro studenti che quello che trasmettono. Che sembra una frase fatta, in realtà, ce ne stiamo convincendo, è uno degli scherzi dell’accoglienza: prima o poi ci si rende conto che funziona come uno specchio. E il risultato è che, per dirla con le parole di un’insegnante, “Le differenze fanno meno paura, anzi, diventano una piacevole normalità”.

Certo, ora il servizio si è strutturato e ampliato e procede con l’aiuto di un'operatrice del Samaritano e molte insegnanti che si alternano nel servizio. Gli studenti sono più di settanta, divisi fra le classi del mattino, i due turni serali e i CPIA sul territorio. Ma lo spirito non cambia.

Sono gli studenti stessi a dirlo, anche quando hanno terminato il percorso e tornano a salutare e ringraziare, anche quando sono in altre città e in altri paesi. Lo dicono ancora con le loro parole, parole italiane, che hanno il sapore di pane.