La vita appesa ad un filo, la fuga, il deserto, la Libia, il mare: il percorso di un profugo che fugge dalla propria casa in Africa e raggiunge le coste italiane è una vera e propria odissea, ricca di insidie e pericoli. Poi, una volta qui, quando tutto sembra essere diventato più tranquillo, questi ragazzi si scontrano contro altri muri insormontabili: l’ottenimento dei documenti, la ricerca di un lavoro e soprattutto di una abitazione. Ne abbiamo parlato con K.S., ragazzo togolese arrivato 4 anni fa a Verona e accolto dal progetto richiedenti asilo del Samaritano di Caritas Verona.

«Appena arrivato a Verona, per un periodo sono stato in un dormitorio del Samaritano e dopo mi hanno trasferito in una casa. Eravamo in due ragazzi francofoni, accolti in una abitazione messa a disposizione dalla parrocchia di Santo Stefano a Verona. Si stava bene, avevamo la nostra casa con un piccolo giardino, i volontari che ci davano una mano, il parroco e gli operatori del Samaritano presenti. Si stava bene perché sentivamo che c’era chi si prendeva cura di noi e ci aiutava ad inserirci nella società italiana».

Ci siete riusciti?

«Io in quegli anni ho imparato l’italiano, ho trovato lavoro come saldatore, ho capito lo stile di vita di un paese totalmente diverso dal mio. Poi è arrivato il momento di uscire dal progetto e da quel momento sono iniziati i problemi».

In che senso?

«Nel senso che ho cercato da più parti una casa in affitto ma non l’ho trovata. Io ho i soldi per pagarla, lavoro da un paio d’anni, sono riuscito a risparmiare parecchio, ma ho sempre trovato la porta chiusa per colpa del colore della mia pelle. Sono stato anche in agenzie immobiliari, ho incontrato di persona dei proprietari di casa, ma tutte le volte che scoprivano che ero nero, che arrivavo dall’Africa, mi dicevano che la casa non era più disponibile. Una volta ho fatto chiamare dal mio operatore della Caritas: al telefono l’accordo per l’affitto di una casa era cosa fatta. Poi all’appuntamento per vedere l’appartamento e firmare un pre-contratto c’ero ovviamente anch’io. Quando il proprietario ha capito che avrebbe dovuto affittare ad un togolese, ha cambiato subito idea e mi ha detto chiaramente che non era più disponibile».

Che idea ti sei fatto di tutto ciò?

«Sicuramente che qualche africano prima di me deve aver sbagliato nel gestire una casa italiana e così qui la gente è restia nel dare una casa ad un nero. Però non siamo tutti uguali e per gli errori di qualcuno poi paghiamo tutti. Poi si vede che qui in Italia c’è molta paura dello straniero, di chi non si conosce e si fa molta fatica ad affittare ad un extracomunitario».

Dove vivi adesso?
«Fortunatamente Il  Samaritano mi ha concesso un po’ più di tempo nelle sue strutture, per poter trovare una soluzione abitativa senza finire in strada. Adesso vivo con altri africani, proprietari di una casa nella periferia di Verona e che mi hanno messo a disposizione una camera con bagno, mentre la cucina è in comune. Peccato, avrei voluto una casa mia, ma oggi non è possibile.  Resto alla ricerca e nel frattempo rimango con loro. Poi tra qualche anno, con i soldi risparmiati, potrò comprarmene una».

TRATTO DA VERONA FEDELE DEL 27 AGOSTO 2020