Dopo un anno e mezzo di pandemia, il direttore del Samaritano, Marco Zampese, fa il punto della situazione per quel che riguarda le difficoltà vissute e le scelte attuate per superare momenti davvero impegnativi per la casa accoglienza e per tutti i servizi dedicati agli ultimi in cui è impegnato Il Samaritano.

Voglio partire da lontano. Alla fine dell’anno 2019 pensavo a un 2020 come ad un anno di passaggio, all’insegna di una rivisitazione dei servizi e della struttura della cooperativa, che avrebbe portato a una nuova organizzazione per aree di compe­tenza e un nuovo gruppo di direzione. In quel momento speravamo che il 2020 fosse l’anno in cui ci saremmo misurati, sperimentandoli, con il “rinnovamento” e il “cambiamento” già pensati nel 2019, con l’aggiunta poi che sarebbe arrivato anche il nuovo direttore Caritas. Come ben sappiamo, però, l’arrivo della pandemia ha decisamen­te cambiato piani e programmazioni. Siamo tutti stati chiamati a reimpostare le attività in funzione delle difficoltà che la pandemia ci ha portato, ripensando il nostro operare e lo stare in relazione con gli altri. L’attenzione ai bisogni del prossimo non è mai venuta meno, nonostante lo spavento per il diffondersi di un virus che nessuno sapeva spiegarci come gestire. Questa situazione ci ha certamente messo di fronte ai nostri punti deboli e a molte fatiche, ma ha anche fatto emergere la capaci­tà, la forza e la creatività per fronteggiare l’ennesima difficoltà. Difficoltà che molte volte era fuori da ogni nostra competenza sociale ed educativa, di fronte alla quale non ci siamo tirati indie­tro, affrontandola piuttosto con dedizione e spirito di sacrificio. Di questo ringrazio, personalmente, ogni operatore del Samaritano per questo anno e mezzo: per la forza, la tenacia e la creatività che ha messo in campo per servire gli “ultimi”, che ancora una volta e tanto più in questa gran­de crisi sanitaria e sociale, sono rimasti indietro, dimenticati ed abbandonati.

Ma nessuno di noi li ha abbandonati, dimostrando come solo in­sieme, solo come gruppo, solo come comunità possiamo salvarci. Perché o ci salviamo insieme o non si salva nessuno. Ci sono stati mesi molto difficili, come aprile e maggio 2020, in cui alcune situazioni ci hanno sopraffatto perché non abbiamo avuto gli strumenti per gestirle nel modo migliore. Abbiamo fatto ed ho fatto degli errori, di cui mi prendo la piena responsabilità, anche se sono convinto che ognuno di noi si è speso con il massimo della forza e della disponibilità. Tutto ciò che abbiamo creato e gestito nei mesi più duri del primo lockdown ci ha permesso di imparare dai nostri er­rori e dai punti deboli, preparandoci meglio per la seconda ondata, dai mesi da settembre in poi. Penso quindi all’impegno dedicato ai monitoraggi sanitari, ai tamponi destinati ad ospiti ed operatori, ai centri covid, alle strutture trasformate in centri residenziali, etc... Per continuare a servire i poveri abbiamo anche imparato ad avere meno paura e a tutelarci per affrontare la pandemia con rigore e buon senso.

Nonostante, quindi, le tante difficoltà che abbiamo incontrato, ab­biamo realizzato i progetti che avevamo previsto e, fedeli al nostro mandato, abbiamo dato una risposta ai nuovi bisogni, in questo caso nati principalmente a causa della pandemia che ha modifi­cato le priorità. Abbiamo così attivato nuove collaborazioni per l’accoglienza inver­nale, che ha coinciso con una nuova ondata di contagi stimolando partner, istituzioni ed enti del territorio per affrontare il bisogno degli ultimi ed evitare il rischio che fossero dimenticati. Oltre a ciò, non abbiamo smesso di ascoltare e intercettare nuovi bisogni, progettando servizi sulla base delle priorità stabilite: l’animazione del territorio; la cura del volontariato; la creazione e l’animazione di reti di partenariato. Per ognuna di queste priorità abbiamo co­struito e stiamo costruendo cambiamenti ed innovazioni. Ne cito solo alcune: l’avvio del progetto di delocalizzare l’accoglienza e la ge­stione dei senza dimora sui territori, concretizzatasi con l’apertura nel distretto 4 di uno spazio diurno e di accoglienza abitativa; la forte attenzione alla ricerca e alla cura dei volontari, esprimendo una visione unitaria tra i servizi; la collaborazione progettuale e concreta con nuovi partner per la gestione diretta dei servizi, in un’ottica di rete e di collaborazione più stretta.

Tutto questo è stato possibile solo grazie al grande impegno, al sacrificio ma soprattutto alla dedizione di ogni ope­ratore e di ogni volontario che, nei diversi livelli e servizi in cui è stato chiamato, ha dato sempre il massimo per “servire la nostra Chiesa” con un’at­tenzione particolare alle fragilità degli ultimi. Quegli ultimi che San Vincenzo de Paoli chiama “i nostri padroni”. Un’esortazione che spesso mi piace ricordare, perché ci ricorda di unire le forze in un’ottica di servizio e non di personale protagonismo, in un’ottica di responsabilità condivisa e comunitaria, in un’ottica di gruppo perché Chiesa, e non di singoli che da soli percorrono strade in solitaria”.