Nell'ultimo numero di Verona Fedele (quello del 27 agosto) è uscito un articolo sull'accoglienza dei richiedenti asilo nelle parrocchie grazie al progetto del Samaritano. Ecco l'articolo:

 

“Nella vostra parrocchia cosa fate per gli immigrati?”. “Niente”. “Non fate niente per loro?”. “Niente per… ma tutto il resto con loro!”. Con questa vignetta del 2014, il sacerdote veronese don Giovanni Berti raccontava a sua insaputa uno dei progetti che poi sarebbe diventato uno dei fiori all’occhiello di Caritas diocesana veronese. Era infatti l’autunno del 2015 quando papa Francesco lanciava una richiesta di aiuto per i migranti: “Rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri, ai santuari, di esprimere la concretezza del Vangelo ed accogliere una famiglia di profughi”. Da quel giorno in poi molte parrocchie della diocesi di Verona si sono rivolte al Samaritano, una delle cooperative sociali di Caritas veronese, per offrire la propria disponibilità ad accogliere piccoli gruppi di richiedenti asilo in appartamenti o in altre strutture messe a disposizione dalla comunità. E da allora sono state oltre 30 le parrocchie che hanno aperto porte e cuori alla micro accoglienza, che hanno visto arrivare giovani provenienti da ogni paese d’Africa o da alcune zone dell’Asia e che si sono fatte compagne di cammino di queste persone, coinvolgendole nella vita della comunità, creando il tessuto connettivo tra ospiti e territorio, contribuendo a costruire l’autonomia di questi ragazzi senza vincoli e promesse. L’accoglienza oggi continua, suddivisa tra Centri di accoglienza, Siproimi e Corridoi umanitari e sono circa una ventina le parrocchie coinvolte, con il sogno di crescere ancora.

Abbiamo approfondito questo progetto insieme a Lucia Filippini e Mirko Pozzi, due degli operatori di Caritas Verona che si occupano dell’accompagnamento dei giovani richiedenti asilo sul territorio.

«È un periodo stimolante, con un progettualità sul territorio su cui è bello re-investire. Ci sono nuovi entusiasmi e stimoli, un po’ per l’arrivo del nuovo direttore di Caritas, don Gino Zampieri, un po’ perché dopo il periodo di Coronavirus alcune parrocchie si sono date nuovi obiettivi».

Come funziona solitamente l’accoglienza in Caritas di un richiedente asilo?

«La prima accoglienza viene realizzata presso Villa Francescatti, struttura con una 40ina di posti letto. E si compone di alcuni aspetti fondamentali: materiale, burocratico, sanitario, scolastico, con l’inizio dei primi progetti individuali su ciascun ragazzo. ​Dopo la prima fase di accoglienza, Caritas, attraverso la cooperativa Il Samaritano, ha accolto l'appello di Papa Francesco e ha fatto sì che il progetto di ogni ospite possa trovare un naturale sbocco e completamento presso le comunità parrocchiali o religiose, attraverso un percorso di collaborazione reciproca e continuativa e la condivisione di progetti individuali per ciascuno».

Cosa significa oggi accogliere sul territorio nuclei di poche persone?

«Una maggior possibilità di inserimento nel tessuto sociale, un’integrazione più facile. Ma ci teniamo a sottolineare che l’accoglienza sul territorio non è solo per l’ospite che arriva, ma ha un’importanza enorme per la sensibilizzazione di un’intera comunità parrocchiale. D’altronde uno dei punti cardine dello statuto di Caritas è proprio quello riguardante l’animazione di comunità: questo aspetto non va mai sottovalutato. E oggi siamo chiamati a investire nuovamente risorse e energie nell’idea originaria del progetto segno».

Quante parrocchie nella diocesi di Verona oggi si stanno impegnando in questo ambito?

«Sei ospitano persone provenienti da Corridoi umanitari, una si è organizzata nel progetto Siproimi, ex Sprar, insieme alla propria amministrazione comunale, e undici accolgono giovani richiedenti asilo provenienti da Villa Francescatti. Alcune parrocchie hanno compiuto un ciclo di accoglienza e poi si sono bloccate, altre hanno continuato negli anni senza sosta, altre, come accade proprio in questo periodo a San Michele Extra e a Santa Maria in Stelle, stanno riaprendo l’accoglienza dopo un periodo di stop. Poi non funziona sempre tutto bene e alle volte in alcune comunità c’è da correggere il tiro cammin facendo, però la cosa bella è che alcune parrocchie decidono di ripartire anche se magari il progetto precedente era stato negativo. Infine ci sono esempi di parrocchie che accoglievano in collaborazione con il Samaritano e che con gli anni hanno cambiato progettualità, con maggior autonomia da parte della comunità, come Lugo, Fumane e Lugagnano. Queste per noi sono grandi soddisfazioni».

Qual è il lavoro di voi operatori Caritas?

«Una volta si diceva che il pedagogista lavora per la sua morte: quando vedi che non sei più utile in quel contesto, vuol dire che hai raggiunto il tuo scopo. Noi creiamo inizialmente i rapporti tra ragazzi e comunità. Si parla di tre o quattro ospiti per parrocchia, quindi la conoscenza reciproca è spesso rapida. Non c’è alcun lavoro sulle autonomie di base perché gli ospiti arrivano già da mesi nella nostra casa accoglienza. Con i corridoi umanitari è diverso perché le persone arrivano direttamente da un campo profughi etiope e quindi c’è anche tutto il lavoro di ambientamento iniziale. Poi cerchiamo di creare reti sul territorio, anche con le altre pastorali della Diocesi, in modo di coinvolgere più possibile i ragazzi in eventi o proposte nella zona in cui vivono».

Cosa significa per un ragazzo approdare in una casa tutta sua dopo mesi di viaggi terribili e accoglienze in dormitori?

«È un po’ come festeggiare i 18 anni e poter andare a vivere la prima esperienza senza mamma e papà. Passi dalla struttura contenitiva alla libertà, proprio come fosse un piccolo passaggio generazionale: più libertà, più responsabilità e anche l’inizio di una relazione con la comunità che accoglie».

E per la parrocchia che apre le porte cosa cambia?

«Abbiamo notato in questi cinque anni che animare una comunità in alcuni casi significa anche “creare una comunità”, nel senso che spesso intorno al nucleo dei nuovi ospiti si incontrano e si conoscono persone che non avrebbero mai avuto prima un punto di incontro. Si creano nuove relazioni, nuovi entusiasmi. E quando i progetti di Caritas servono per creare comunità all’interno di un quartiere o di un paese, significa che l’obiettivo è stato raggiunto».

Cosa resta agli ospiti una volta terminato un progetto?

«Il bello che questo porta con sé. Una volta, parlando con un ospite che non aveva mai voluto legare con alcun volontario, abbiamo chiesto cosa gli era rimasto. E lui ci ha risposto senza pensarci: “la cura”. E così capisci che spesso per le persone più fragili, con passati difficili e futuro incerto, non è tanto l’aiuto materiale quel che conta, ma semplicemente l’aspetto dello stare, dell’ascolto, dell’amore».

E a voi operatori di Caritas cosa resta?

«Tanti raggi di sole ogni giorno, segni di bellezza che ti fanno capire che stai seguendo la strada giusta. È un lavoro difficile, con molte fatiche e sconfitte quotidiane. Però è un’opportunità unica per sgretolare pregiudizi, perché il contatto diretto con quello che non conosci ti fa aprire gli occhi. E poi è un lavoro che punta a mettere insieme persone, in controtendenza rispetto ai giorni nostri dove si parla più di muri che di ponti».