Nel numero 21 di Verona Fedele, uscito lo scorso 31 maggio, viene riportata l'intervista di un giovane ospite, accolto nel Progetto Richiedenti Protezione Internazionale del Samaritano.

Riportiamo di seguito l'intervista integrale, che si può trovare anche nella sezione Racconti del nostro sito.

Un Viaggio lungo due anni per trovare pace e lavoro in Italia

«Mi chiamo M. (il nome non lo scriviamo per scelta del testimone, ndr) e vengo dal Senegal. A casa mia c’erano problemi, c’erano i ribelli che mi volevano uccidere. Ci avevano rubato tutto e poi hanno iniziato a minacciarci. Hanno ucciso alcuni amici e alcuni parenti e così sono stato costretto a fuggire. Sono andato in Mali per cercare lavoro, ma in Mali c’era una situazione peggiore del Senegal e così mi sono rimesso in viaggio e sono entrato in Niger. Speravo di trovare un lavoro, di sistemarmi, ma ho scoperto che di lavoro in Niger per me non ce n’era. E così ho sentito di quei camion che attraversano il deserto per raggiungere la Libia: tutti dicevano che in Libia c’era tanto lavoro, ma anche che era molto pericoloso per noi con la pelle nera. Purtroppo non avevo alternative. Sono salito su quel camion».

Gli occhi di M. si commuovono a raccontare questa storia, la sua storia, vera, genuina, di un ragazzo ventenne che decide di fuggire di casa perché costretto. M. viene dalla Casamance, la regione più meridionale del Senegal, abitata dagli Jola, i quali, dal 1982, hanno iniziato una lunga guerra contro Dakar per ottenere l’indipendenza. Una sorta di Catalogna bis, ma molto più violenta e che negli anni ha portato a centinaia di migliaia di sfollati e altre decine di migliaia tra morti e feriti. Questo conflitto è riconosciuto in tutto il mondo ed anche per questo l’Italia ha ritenuto opportuno concedere il documento a M., in quanto rifugiato bisognoso di protezione umanitaria. Oggi, quindi, M. è in Italia regolarmente, ma non dimentica il suo passato e il terribile viaggio intrapreso per raggiungere la pace: «Ricordo bene il deserto. È qualcosa di terribile. Caldo è una parola troppo piccola per spiegare il clima nel deserto. Caldo insopportabile, niente cibo, poca acqua. Sono morte molte persone nel viaggio nel deserto insieme a me. Grazie a Dio, io ce l’ho fatta ed arrivare in Libia e per me in quel momento era una delle cose più belle del mondo. Ho scoperto dopo poco che la Libia era l’inferno. Ci sparavano a vista, solo per il colore della pelle. Lungo le strade trovavi i cadaveri. I cadaveri di fratelli come te, che sono stati ammazzati di botte o con la pistola, solo perché sono neri. È una cosa orribile. Mi viene da piangere anche adesso. In Libia mi sono nascosto e poi ho trovato lavoro: facevo un bel lavoro che mi piaceva e mi pagavano anche bene. Ero in pericolo di vita e uscivo poco, ma con il lavoro riuscivo a mantenermi e a mettere via qualche soldo. Dove sarei andato? Cosa volevo fare? Non lo so… io volevo vivere in pace, volevo la tranquillità. Cosa che in Libia non c’è. Pensavo alla giornata, senza guardare il futuro. Poi una sera sono arrivati degli uomini armati e ci hanno portato in prigione».

La voce di M. nel raccontare questa storia è frammentata. Lui vorrebbe scordare, non proseguire. Poi riparte, con le lacrime agli occhi: «La prigione della Libia è orribile. Si mangiava una volta solo al giorno, la sera, e durante la giornata o non si faceva nulla o ci frustavano. Molti sono morti in quella prigione. Molti miei amici hanno anche subìto violenze. Ho visto tanti morti. Poi un giorno di Ramadan, tutti i poliziotti sono andati in moschea. La prigione era vuota e avevano dimenticato una finestra aperta. Tutti noi abbiamo deciso di scappare. Siamo saltati dalla finestra e abbiamo iniziato a correre. Abbiamo sentito degli spari, non so se hanno colpito qualche mio compagno di fuga, ma non potevo guardare indietro. Ho seguito gli altri. Abbiamo corso per molte ore. Avevo paura. C’era buio. Finché non siamo arrivati al mare. Lì c’era una barca ad aspettarci. Sapevo che era pericoloso andare nel grande mare, sapevo che molti fratelli africani erano morti in quel viaggio, ma avevo alternative? In Senegal mi davano la caccia, in Libia ti sparano per il colore della pelle, in mezzo il deserto, i poliziotti libici ci cercavano perché siamo fuggiti dalla prigione, io non sapevo cosa c’era nel mio futuro. Ho detto ai ragazzi della barca chi era il mio capo del lavoro, così potevano andare a prendersi i miei soldi per pagare il viaggio e sono salito su quella barca. Il mare è grandissimo e molto forte. Non avevo mai visto onde cosi grandi. Avevo paura, ma ero anche molto stanco. Eravamo più di 100. Il viaggio è durato 8 ore, poi una nave italiana ci ha salvati. Ero felice perché ero vivo. Non so se qualcuno dei miei compagni in mare sia morto nel viaggio. Non lo so. Però io ero vivo e in poche ore sono arrivato in Sicilia. Dalla Sicilia mi hanno portato a Verona e poi al Samaritano (la casa di accoglienza di Caritas Diocesana Veronese, ndr). Qui mi hanno dato dei vestiti, una casa, da mangiare. Ho incontrato davvero belle persone. Era la prima volta dopo quasi 2 anni di viaggio. Poi, dopo un periodo in un dormitorio, mi hanno portato in una casa in un piccolo paese vicino Verona, di cui preferisco non dire il nome. Eravamo in quattro ragazzi africani, in una casa della Caritas, con operatori del Samaritano e volontari della parrocchia che ci hanno aiutato, persone che ci hanno voluto bene e noi ci siamo sentiti fin da subito a casa».

Naturalmente tutte le belle storie hanno una fine. M., dopo un paio di anni di attesa in questa nuova abitazione, ottiene il permesso di soggiorno e il diploma di terza media italiano, comincia a lavorare nei campi, è inserito nel tessuto sociale del paese. Però, come da legge, termina l’accoglienza presso Il Samaritano e deve trovarsi un nuovo posto dove vivere: «Io mi sentivo e mi sento veronese e volevo restare a Verona perché qui è tutto tranquillo, qui c’è la pace. Non volevo andare all’estero. I volontari della parrocchia che ci ha ospitati si sono dati da fare e grazie a Dio hanno trovato un appartamento per noi ragazzi a fine progetto. Sono state le mie preghiere ad essere esaudite».

M. oggi vive ancora nello stesso paese della provincia di Verona, insieme ad altri quattro richiedenti protezione internazionale che hanno ricevuto il permesso di soggiorno e sono a tutti gli effetti rifugiati. Lavorano tutti, pagano il loro affitto e sono seguiti e aiutati dai volontari della parrocchia, che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno, nemmeno in questo periodo di coronavirus: «Il virus è stato brutto. Abbiamo avuto nuovamente paura ed era la prima volta dopo alcuni anni. Per fortuna non ci ha disturbato, siamo stati attenti anche nell’igiene e finora stiamo bene. Anche qualche parente rimasto in Senegal sta bene e così sono meno preoccupato. Ora preghiamo per noi e per tutta l’Italia».

M. ora può pensare al futuro: «Adesso ho il permesso di soggiorno e un lavoro che mi piace molto. Ho una casa tutta mia e sono molto felice. Cercherò di vivere qui in Italia e di costruirmi una famiglia. Ma quello che più conta adesso è vivere in pace e ringrazio Dio, l’Italia, il Samaritano e i volontari della parrocchia per questa opportunità che mi hanno dato».