Sul numero di Verona Fedele del 10 luglio, l'intervista completa a Paula Sandes, volontaria spagnola per 10 mesi a servizio presso il Samaritano grazie ad un progetto europeo di solidarietà. Ripresentiamo l'intervista.

Una assistente sociale spagnola volontaria in Caritas Verona, tramite l’Associazione di carità San Zeno Onlus. Per quasi un anno Paula Sandes Bardasco, 28 anni di Leon, ha svolto il suo servizio presso Caritas, grazie a una borsa europea con il progetto European Solidarity Corps, un’iniziativa volta a creare opportunità per i giovani di collaborare a progetti sociali europei. Una scelta di vita che l’ha vista lasciare il suo lavoro, la famiglia, gli amici e le certezze della sua vita in Spagna, per vivere quasi 10 mesi da volontaria presso la Caritas di una città straniera, come Verona, imparando in fretta la lingua, ma anche un modo di lavorare diverso, uno stile nuovo e una realtà dalla quale ha ricevuto e alla quale ha dato anche molto.

Terminato il servizio proprio all’inizio del lockdown, siamo riusciti a ricontattarla per parlare proprio di cosa è significato fare quasi un anno di volontariato alla Caritas di Verona per partecipare al Corpo europeo di solidarietà.

«Poco più di un anno fa ho deciso di iniziare un’esperienza che solo oggi posso dire che ha cambiato la mia vita, in quanto ho imparato cose nuove, ho messo in discussione vecchie idee e ho incontrato persone e professionisti che mi hanno insegnato molto di questo bel mondo che è il sociale».

Come mai proprio questo progetto?

«Perché questo progetto aiuta i giovani di tutta Europa a realizzare esperienze di lavoro in un altro paese diverso dal proprio con l’obiettivo di creare una rete di solidarietà e di promuovere l’apprendimento reciproco tra i diversi paesi che compongono l’Unione Europea. Questo aspetto fin da subito mi è piaciuto moltissimo. Fortunatamente, una volta arrivata a Verona, ho avuto l’opportunità di essere io a scegliere il progetto su cui avrei lavorato per il resto dell'esperienza. Il primo mese del mio soggiorno in Italia ho potuto conoscere un po’ tutti i progetti della Caritas e poi ho scelto».

Catapultata fin da subito in un mondo pieno di iniziative…

«Senza dubbio. Ho potuto farmi un’idea del lavoro che la Caritas stava svolgendo nel territorio veronese attraverso Casa Braccia Aperte, gli Empori della solidarietà, gli sportelli, il Cittimm. Poi sono stata al centro diurno del Samaritano, a Corte Melegano a Cadidavid per conoscere il progetto sui giovani e sono entrata in contatto con il progetto legato ai richiedenti asilo politico. Ricordo che, pur trovandoli tutti interessanti, quando ho visitato questi ultimi due progetti sapevo che era qui che avrei voluto partecipare. I due coordinatori, Damiano Conati per i giovani e Gianni Tomelleri per i richiedenti asilo, hanno accettato e così sono entrata a far parte delle loro equipe di lavoro».

Perché proprio Verona?

«Quando ho deciso di intraprendere un’esperienza di volontariato all’estero, la scelta era tra oltre 200 realtà. Ho capito che dovevo stabilire delle priorità e ho iniziato a scegliere quelle associazioni di cui condividevo alcuni valori come appunto Caritas, visto che è una delle principali entità legate al sociale anche in Spagna, e tra le varie città ho trovato Verona, una delle città più belle d’Italia».

Di cosa ti sei occupata nei progetti di Caritas Verona?

«Nel progetto a Corte Melegano, dove ho lavorato due giorni a settimana, organizzavo uno workshop legato a temi attualità, dove io e i ragazzi ospiti parlavamo di notizie importanti che erano accadute in quella settimana nel mondo. Quando l’equipe di lavoro ha discusso con me l’idea di questo workshop mi è sembrata molto utile e soprattutto necessaria, visto che in questa società è molto difficile avere un pensiero personale su ciò che accade intorno a noi. Inoltre stavo in casa con i ragazzi, li aiutavo nei loro compiti quotidiani, mi aggiornavo con i colleghi e mi sedevo anche con i ragazzi per parlare, per ascoltare la musica che piaceva loro. Ho anche potuto accompagnare i miei colleghi e i giovani in molte attività in un ambiente aperto dove mi sono divertita e ho anche potuto conoscere un po’ meglio Verona e i suoi dintorni».

Invece con i richiedenti asilo?

«Ho lavorato tre giorni alla settimana, due dei quali in Villa Francescatti, il centro di accoglienza dove soggiornano alcuni dei ragazzi che chiedono asilo politico a Verona. Le mie funzioni erano di sostenere i miei colleghi nei compiti di educatore, di risolvere i dubbi sui permessi di soggiorno, di aiutare i ragazzi a fare il loro curriculum, di dare una mano con il cibo nel momento di organizzare il pranzo. Inoltre mi sono destreggiata in alcuni accompagnamenti sanitari, ho partecipato ad alcuni dei colloqui che i miei colleghi hanno avuto con i ragazzi e ho passato del tempo in casa, dove si dialogava e si faceva compagnia. Il terzo giorno era trascorso in ufficio, dove si impostava tutto il lavoro legale: chiamate agli avvocati che seguivano il caso di alcuni dei ragazzi, comunicazioni con la Prefettura di Verona, coordinamento del progetto Siproimi di Fumane».

Dove hai vissuto? Ed eri l’unica ragazza straniera del progetto?

«Durante i miei mesi a Verona ho vissuto in due appartamenti diversi, sempre della Caritas veronese. Con il Corpo di solidarietà è venuta anche Natalia, una ragazza russa che lavorava negli uffici della Caritas occupandosi della questione dei social network, dei manifesti degli eventi della Caritas. Abbiamo avuto la fortuna di condividere un appartamento con diverse ragazze del servizio civile, e anche con la nostra mentor, che è una figura che si inquadra nel progetto del Corpo di solidarietà, pensata per sostenerti in tutti quei dubbi che possono sorgere quando inizi a vivere in un paese diverso dal tuo. Ho potuto contare anche nel progetto per i richiedenti asilo politico su Marta Piccininno, del servizio civile, che senza dubbio mi è stato di grande aiuto».

Che tipo di esperienza è stata?

«Bella! La Paula che è venuta in Italia non è la stessa che tra pochi giorni prenderà l’aereo per tornare in Spagna dopo il Covid. Molte sono state le cose speciali vissute quest’anno: le tante cose nuove che ho imparato dal mio lavoro, la possibilità di incontrare persone che mi hanno raccontato storie da cui ho imparato molto più di quanto le abbia io aiutate. E poi c'è il fatto che ho potuto vivere in Italia, che non credo abbia bisogno di grandi spiegazioni».

Cosa ti rimane dopo questo anno in Italia?

«Quello che mi rimane sono le persone, soprattutto i colleghi che formavano le squadre di Corte Melegano e dei richiedenti asilo. Ho potuto imparare attraverso il modo in cui li ho visti lavorare, e non potrei avere nella vita un esempio migliore. Ognuno di loro ama ciò che fa, che è aiutare e

accompagnare le persone in quel momento particolare e difficile della loro vita. Credo che il modo migliore per spiegarlo sia dire che mi sono sentita immensamente orgogliosa di poter lavorare al

loro fianco».

Qual è stata la difficoltà maggiore?

«Credo sia stata la lingua. La frustrazione di voler spiegare qualcosa, o di voler contribuire con un pensiero o un’idea sul lavoro e di trovarsi limitati dall’uso di un linguaggio non tecnico. Continuerò a studiare l’italiano, questo è sicuro».

E la cosa più bella che hai vissuto?

«Penso che la cosa più bella siano quei piccoli dettagli che si sperimentano giorno per giorno al lavoro, un ringraziamento da parte di una persona che hai appena aiutato, sentire qualcuno che ti dice che hai fatto bene il tuo lavoro, vedere che alcuni dei ragazzi hanno una nuova opportunità. E poi ci sono quei momenti che passi con le nuove persone che incontri, renderti conto che parli italiano e che la gente ti capisce, passeggiare in una città dove molti vorrebbero vivere, viaggiare in giro per l’Italia e conoscere nuovi posti. E rendersi conto di quanto si è fortunati ad aver potuto vivere questa esperienza».

La consiglieresti ad altri giovani come esperienza di vita?

«Senza dubbio. Se non avessi fatto questo passo, penso che me ne sarei pentita per tutta

la vita: una nuova città, nuove persone, nuovo apprendimento e anche nuove sfide,

essere soli, conoscerti meglio, una nuova lingua e vedere le cose nuove al di fuori della

tua zona di comfort. Fantastica! Hasta luego e grazie di tutto».

Il progetto è ripreso anche quest’anno grazie all’Associazione San Zeno, una delle tre Onlus di Caritas Verona. È la seconda edizione, sempre con Spagna e Russia come partner, e le selezioni sono già iniziate. Per informazioni è possibile contattare YoungCaritas all’indirizzo giovani@caritas.vr.it.

Francesco Oliboni