L'ultimo numero di Verona Fedele, settimanale cattolico della Diocesi di Verona, racconta cosa hanno vissuto i giovani di Corte Melegano, nel periodo di Coronavirus e quali sono i prossimi obiettivi.

 

Essere giovane, senza tetto e nulla tenente, e vivere ai tempi del Coronavirus. Situazione complicata per un ragazzo agiato, figurarsi per una persona che vive nella grave marginalità. Caritas Verona, presso la struttura di Corte Melegano, ospita da quasi tre anni un progetto dedicato ai giovani senza tetto, italiani di età compresa tra i 18 e i 25 anni, ai quali la vita finora ha dato pochissimo, ma per i quali rimane sicuramente la speranza di un futuro migliore.

«Non è stato assolutamente facile nel periodo di lockdown – ci racconta Anna Boscaini, una delle operatrici della casa – perché alcuni ragazzi non accettavano le restrizioni dello Stato. Qualcuno scappava dalla struttura durante il giorno, per poi tornare la sera, a volte con in mano multe, anche salatissime, per aver violato le norme di chiusura generale. Senza contare che gli ospiti che hanno sempre rispettato il lockdown, si lamentavano di coloro che andavano e venivano, perché potevano diventare potenziali contaminatori. Siamo dovuti intervenire subito anche con rigidità e questo ha fatto sì che tre ospiti non abbiano retto queste norme e abbiano preferito la vita di strada, lasciando il progetto».

Corte Melegano è situata tra Cadidavid e Buttapietra, lungo una Via Belfiore molto trafficata e pericolosa per la velocità con cui sfrecciano i mezzi, e in una posizione abbastanza isolata rispetto ai due paesi e alle fermate degli autobus. La chiusura generale ha tenuto lontano anche i volontari che si alternano settimanalmente nel far visita agli ospiti, facendo sì che l’unico rapporto mantenuto fosse tra loro e gli operatori del Samaritano, la cooperativa di Caritas che gestisce la struttura. Giorgio (nome inventato per tutelare la privacy), uno degli ospiti di Corte Melegano, ci racconta: «È stato davvero difficile accettare tre mesi di chiusura generale, non vedere gli amici, ma soprattutto la fidanzata. La mia abita a Mantova, quindi ho dovuto aspettare ancora di più viste le restrizioni tra diverse regioni. Ci siamo sentiti al telefono, ma abbiamo fatto tanta fatica». Cosa facevate in casa voi ragazzi in quei giorni? «Corte Melegano è immersa nel verde e quindi potevamo stare nel parco di casa, ma non c’erano grandi attività da fare. Gli operatori hanno pianificato turni di pulizia della casa, di giardinaggio e sistemazione dell’orto, ma c’erano distanze da mantenere, la mascherina da utilizzare e comunque in un’intera giornata le attività alla fine erano davvero ridotte al minimo. Senza la possibilità di avere rapporti con l’esterno, di vivere i vari laboratori di cui è composto solitamente il progetto, di incontrare esperti o volontari che ci proponevano varie attività, abbiamo passato il tempo con qualche gioco in scatola, dormendo, giocando con la play station o guardando film: io ad esempio ho finito tutti i film di una piattaforma tv su cui mi ero abbonato con il cellulare». Ci sono stati momenti di tensione? «Certamente! Noi, i nostri coinquilini mica ce li siamo scelti! Siamo capitati per caso dentro ad una struttura della Caritas e non ci conoscevamo. Sette giovani che non avevano niente in comune costretti a vivere 24 ore su 24, insieme, condividendo tutto e sopravvivendo con la paura del virus là fuori. Io non ho nessun parente degno di nota fuori da questa casa, ma ci sono ragazzi che hanno la madre, anche ammalata, o qualche fratello in giro per Verona e c’era anche preoccupazione per loro. E poi c’era tutta la tensione per quei ragazzi che non volevano restare in casa e non accettavano le regole generali. Io stesso mi sono arrabbiato molto con uno di loro: uscendo, nonostante le restrizioni, poteva tornare in casa portando il virus e i nostri sacrifici sarebbero stati vani. Alcuni ospiti sono arrivati alle mani perché non capivano questa cosa. Bravi gli operatori a bloccare questi problemi fin dal nascere, ma tre ragazzi hanno scelto altre vie». Ma dove va un ragazzo che si ritrova senza un tetto, a 18/20 anni, soprattutto in periodo di Coronavirus? «Anche se i dormitori in tempo di Covid erano chiusi, di opportunità là fuori ce ne sono parecchie, soprattutto in questo periodo in cui la notte non fa freddo: case abbandonate, stazione, pronto soccorso dell’ospedale. Poi qualche bed and breakfast so che ha dato ospitalità, per lo più a senzatetto aiutati magari da sussidi statali o dalle famiglie di origine. Io, ad esempio, quando vivevo in strada a 19 anni, preferivo quei negozietti con il videonoleggio film o con le macchinette del caffè e delle bottigliette: luoghi coperti, con una telecamera dentro quindi abbastanza sicuri, spesso caldi grazie ai motori delle macchinette. Quando si è alle strette, una soluzione si trova sempre».

Le prospettive per il prossimo futuro sono sicuramente migliori, anche se il lavoro di certo non diminuirà. Conclude Anna Boscaini: «L’aver perso lungo il percorso qualche ospite purtroppo non ci fa gioire, perché i poveri ci saranno sempre e perché i giovani che si ritrovano in situazioni di grave marginalità aumentano continuamente. È un fenomeno nuovo, degli ultimi 5 anni, che ha costretto Caritas insieme ad altri enti e al Comune di Verona ad interrogarsi su quello che sta accadendo. E, da indagini e statistiche, anche in collaborazione con tutti quegli istituti e realtà che seguono il disagio minorile, ci si sta rendendo sempre di più conto che i numeri aumentano, come pure la gravità di alcuni casi. Già oggi al dormitorio del Samaritano, si registra la presenza di giovanissimi che, se accetteranno di voler riprendere in mano la loro vita e costruire un progetto serio, potranno essere trasferiti presto a Corte Melegano. I giovani fragili e abbandonati, ahinoi, ci sono, sta a noi saper accoglierli, aiutarli e ridare loro la speranza per un futuro migliore».

Chiude Giorgio: «In questi giorni sto mandando curriculum da tutte le parti, sono stanco di stare chiuso in casa. Qualcuno del progetto ha trovato lavoro in questo periodo di lockdown, soprattutto nell’ambito della consegna cibo in bicicletta. Io sto cercando. Ne ho bisogno, perché il lavoro porta denaro, ma anche dignità e ci tiene impegnati durante la giornata. Non pensare a volte ti aiuta a stare meglio, a non ricordare il passato e le cose brutte che stiamo vivendo oggi. Voglio uscire da progetti di accoglienza, voglio una vita mia, dove le persone con cui vivere le decido io e dove stare sereno. Per fortuna il lockdown è terminato e ora tutto inizia dalla ricerca di un lavoro».

 

Francesco Oliboni