Dopo un paio d’anni di accoglienza di tre ragazzi richiedenti asilo in collaborazione con Il Samaritano, la parrocchia di Quinzano ad inizio 2020 ha deciso di intraprendere il percorso di accoglienza attraverso il progetto di Caritas italiana dei corridoi umanitari. Verona Fedele ha intervistato il parroco, don Pierpaolo Battistoli.

«Terminata l’accoglienza di due ragazzi libanesi e di un siriano presso una casa in affitto a Quinzano, ci siamo interrogati come comunità parrocchiale per capire se si poteva continuare con questo progetto. E quando la Caritas ci ha proposto di aprire le porte a tre persone attraverso un corridoio umanitario abbiamo accettato subito».

Chi avete accolto?

«A fine gennaio abbiamo presentato alla comunità tre fratelli dello Yemen: Ameen, Ahmed e Azhar. Provenivano da un campo profughi in Etiopia e sono stati selezionati perché il più vecchio dei tre, Ameen, era gravemente ammalato. La vicinanza della nostra parrocchia all’ospedale di Borgo Trento ha permesso fin da subito di dare tutte le cure più adeguate al ragazzo, che, visto lo stato di salute, probabilmente al campo profughi non ce l’avrebbe fatta».

La vostra scelta di accogliere richiedenti protezione internazionale risale ormai a tre anni fa. È stato difficile coinvolgere la comunità di Quinzano?

«Nell’estate del 2017 è nata questa idea di accogliere insieme ad alcuni volontari. Sono arrivati tre ragazzi da Libano e Siria. Nessuno in parrocchia si è mai lamentato, anzi, grazie all’inserimento lavorativo di uno dei tre nel bar del paese, si sono fatti conoscere e apprezzare. Certo, erano tre adulti che richiedevano asilo per essere fuggiti da paesi con conflitti pesanti e in tutti e tre c’era il desiderio di ottenere un documento valido, per poi raggiungere le loro famiglie in giro per l’Europa. L’integrazione è stata abbastanza complicata, ma non le amicizie e i rapporti che sono nati a Quinzano con i tre. Oggi vivono tutti all’estero e hanno raggiunto i loro parenti, ma noi siamo molto contenti del percorso e dell’aiuto che abbiamo potuto dare loro».

Con questi nuovi arrivati prevede qualcosa di diverso?

«Certo, perché non hanno la famiglia in Europa. Arrivano da una realtà molto più povera e da un passato recente davvero complicato. Infatti hanno chiesto fin da subito di imparare l’italiano e in parrocchia alcuni volontari si erano già attivati a fine gennaio per delle lezioni in casa. Poi il Coronavirus ha bloccato tutto, anche se siamo riusciti a procurare un computer con webcam per permettere a tutti e tre di continuare le lezioni di lingua online. I due fratelli che non sono ammalati in questo periodo frequentano la scuola di italiano del Samaritano presso Villa Francescatti. Si vede che hanno voglia di imparare, che questa è l’occasione della vita e lo dimostrano anche nelle piccole cose, come le pulizie di casa, l’ordine, la raccolta differenziata dei rifiuti».

Quindi c’è stato un maggior coinvolgimento della comunità di Quinzano?

«Ho sempre sperato in qualcosa di più. Però se per i primi tre c’era qualche chiusura dovuta alle loro motivazioni sullo stare in Italia, con questi tre si è bloccato un po’ tutto a causa del virus. Però il gruppetto dell’insegnamento dell’italiano era partito con entusiasmo. Sono fiducioso, anche se ammetto che non è facile fare il volontario in una casa con tre uomini adulti, che arrivano da paesi sconosciuti come lo Yemen e che spesso, essendo profughi, vengono dipinti come personaggi pericolosi dall’opinione pubblica. Invece tutte le persone accolte finora a Quinzano hanno dimostrato di essere molto in gamba, solo bisognose di aiuto. E anche i parrocchiani se ne sono accorti e nessuno è mai venuto a protestare o chiedermi perché avessimo scelto di accoglierli».

Prossimi passi?

«Innanzitutto la salute di Ameen. Uno dei fratelli poi inizierà un tirocinio dal carrozziere di Quinzano, una persona molto vicina alla parrocchia e che ha capito le necessità legate al progetto. Poi è necessario riattivare i corsi di lingua e lentamente far inserire maggiormente gli ospiti nel tessuto sociale della nostra comunità. Serve tempo. Il virus ha rallentato tutto, ma c’è il desiderio da parte di tutti di ripartire e di riprendere in mano questo progetto in cui abbiamo sempre creduto».

 

Francesco Oliboni